Canne al vento

Canne al vento
"Mi piego ma non mi spezzo" (Jean De La Fontaine)

08 dicembre 2017

REGALIAMO E REGALIAMOCI IL DONO PIÙ GRANDE CHE CI SIA


Perché per Natale non proviamo a offrire a chi amiamo, inclusi noi stessi, il dono più grande che ci sia? Senza sbancare supermercati, negozi iperaffollati di merce pressoché inutile, abusando di un impulso alla condivisione mascherato da fratellanza e sorellanza universali, abbuffandoci del superfluo e trascurando il vero nutrimento per l’anima. Fermiamoci invece di correre, proviamo a farlo proprio in questo periodo dell’anno dove sembra che tutto si muova con il piede fissato sull'acceleratore, nella frenesia degli acquisti natalizi, nel cercare chi sa che cosa in prossimità dell’ultimo giorno sul calendario che suona come compendio e resa dei conti. Traendo spunto da alcune pagine di un libro più che mai prezioso del maestro zen di scuola vietnamita Thich Nhat Hanh, che riporto in versione integrale qui a seguire, lascio che a risuonare - insieme alle filastrocche delle feste – sia questa motivazione: perché non proviamo ad offrire a chi amiamo, inclusi noi stessi, il dono più grande che ci sia? Qual è il dono più grande che ci sia? Leggete fino alla fine questo brano, e troverete la risposta e, forse, anche più di una!

DUE SEMPLICI ESERCIZI DI PRESENZA CHE POSSONO CAMBIARVI LA VITA

NIRVANA – Osservare la cessazione
“Inspiro e osservo la cessazione. Espiro e osservo la cessazione”…
Osserviamo la cessazione – il nirvana, l’estinzione di tutte le nozioni – in modo tale da riuscire a entrare in contatto con la realtà per come realmente è. Allora toccheremo la nostra natura di inter-essere e sapremo che siamo parte dell’intero universo. La natura della realtà trascende tutti i concetti e le idee, comprese quelle di nascita e morte, essere e non essere, andare e venire. Contemplare l’impermanenza, il non sé, il vuoto, la non-nascita e la non-morte può portare alla liberazione. I concetti di nascita e morte possono essere fonte di paura, ansia e angoscia. Cogliendo la natura di non-nascita e non-morte della realtà ci liberiamo dell’ansia e della paura.




LASCIARE ANDARE

“Inspiro e osservo il mio lasciare andare. Espiro e osservo il mio lasciare andare”…
Questo esercizio ci aiuta a osservare in profondità la rinuncia al desiderio, all’odio e alla paura. Questo tipo di concentrazione ci permette di toccare la vera natura della realtà e ci porta la saggezza, che può liberarci dalla paura, dalla rabbia e dalla disperazione. Lasciamo andare le nostre percezioni sbagliate della realtà, così da essere liberi. Letteralmente nirvana significa raffreddare, spegnere le fiamme; nel buddhismo si riferisce all’estinzione delle afflizioni generate dalle nostre false percezioni. Il nirvana non è un luogo dove andare o qualcosa che appartenga al futuro: è la vera natura della realtà, le cose così come sono. Il nirvana è accessibile qui e ora: voi siete già nel nirvana, voi siete il nirvana esattamente come l’onda è già l’acqua.




La nostra vera natura è non-inizio, non-fine; non-nascita, non-morte. Se sappiamo come entrare in contatto con la nostra vera natura non c’è più paura, né rabbia, né disperazione. La nostra vera natura è il nirvana. Perciò se qualcuno che vi era vicino è appena mancato, non trascurate di cercarlo nelle sue nuove manifestazioni: morire per questa persona è impossibile, la sua continuazione conosce molte forme. Con gli occhi della saggezza potrete riconoscerla intorno a voi e dentro di voi, e potrete continuare a parlarle: “Caro/Cara, so che sei ancora qui nella tua nuova forma. E’ impossibile che tu muoia”.

Questo esercizio ci aiuta a rilasciare le illusioni e a essere in contatto con la vera natura della realtà- Questo ci dona libertà e sollievo, e porta con sé una grande felicità.  
Dobbiamo continuare a imparare, a praticare e a discutere, così che la nostra comprensione possa continuare ad aumentare.
Vivendo  nel momento presente scoprirete che sarete molto interessati a indagare tutti gli aspetti della vita, e potrete scoprire molte cose meravigliose, molti modi magnifici di praticare. Questo non significa che vi perderete nei vostri pensieri, ma che osserverete la realtà com'è, e ne scoprirete la vera natura. 
Viviamo nella paura di tante cose – del nostro passato, della morte, di perdere il nostro “io” o la nostra identità. […] Se saremo in grado di condividere con gli altri il nostro modo di essere e la nostra visione profonda, offriremo loro il dono più grande che ci sia, il dono della non-paura.




Il mio paese è il mondo, l'intero universo è mio perché ne sono rivestita come fosse il mio corpo (cit. da Vivekananda)



22 novembre 2017

22 NOVEMBRE SANTA CECILIA: IL NOME CHE ABITO

Santa Cecilia, patrona della musica, di strumentisti e cantanti

Il 22 è un numero a cui sono molto legata, ricorre nella mia vita non solo a partire dall'onomastico (22 Novembre, Santa Cecilia). Scomodando per un momento la numerologia, si  scopre che è un Numero Maestro come tutti i numeri in cui si ripete la stessa cifra (11, 22, 33), che la sua cifra ridotta dà il 4 (2+2) – numero fin dai tempi antichi associato alla Madre Terra (richiama equilibrio e contatto con le proprie radici, stabilità e sicurezza) e che

"il 22 è musica, poesia, relazione, attrazione e repulsione, il rapporto intimo, il paradiso perduto, una situazione fanciullesca e di innocenza che può maturare in creatività evoluta o ristagnare nell’apatia del “non crescere”. E’ la capacità di essere in ascolto, della relazione empatica, della dolcezza e dell’aiuto altruistico, dell’armonia, ma anche il riconoscere le proprie ombre così come le proprie luci. E’ un’oscillazione tra conscio ed inconscio, tra realtà e sogno, tra vita e morte. C’è in questo 22, in cui la cifra 2 viene amplificata la tendenza ad oscillare tra due poli opposti per permettere alla propria psiche di integrare con lentezza e pazienza tutti gli aspetti di se, venendo a conoscenza anche di quelle parti meno accettate o riconosciute. Il 22 è il regno illusorio degli opposti, la vita è percepita come una proiezione dualistica in cui niente è come sembra, ma il mondo viene percepito come proiezione delle proprie parti di se e in definitiva tutta la realtà esterna è un riflesso di chi guarda …"  (da Il significato dei Numeri Maestri – Numerologia – La giostra del sole)

"Il cambiamento ti aiuta a lasciare andare tutto ciò che per te è ormai superato. Anche se dici addio al passato, conserverai per sempre nel tuo cuore l'amore e le lezioni che hai appreso: sono tesori che ti accompagneranno per il resto della vita.  Dai il benvenuto alle persone nuove, ai posti nuovi e agli eventi che stanno per accadere. Non c'è niente da temere nel tuo futuro: sarà felice, luminoso e ci sarà di che divertirsi" (Arrivederci, Unicorn number 22 - Alghero estate 2017)


Ho abitato fino a l’altro ieri in una casa al civico 22 (e non l’ho certo fatto apposta quando ho cercato casa al momento di trasferirmi a Torino), e tanti altri simpatici dettagli legati a questa “ricorrenza” o sincronicità che dir si voglia ne avrei a bizzeffe. Ma non mi interessano a tal punto, Ora, se non per evocare la concretezza del fatto che tutto, nella vita, è simbolo, simbolo che rimanda a realtà essenziali, invisibili e profonde a cui la nostra attenzione, spesso, sfugge. Non si tratta di essere superstiziosi o esoterici o new age o spirituali, ma essenziali e, dunque, davvero originali (essere originali non vuol dire che questo, tornare alle origini). L’essenziale è invisibile agli occhi, recita la famosa frase de Il Piccolo Principe e – che si voglia chiamarlo dio, universo, anima, spirito, essere psichico, daimon, maestro interiore, angelo, dio ignoto – è sposandoci con tale realtà invisibile depotenziando l’oggettività del reale, che la nostra libertà, pienezza, integrità di vita si compie, finalmente. Senza sforzo. Accade. Per cui - al di là di interpretazioni mentali che imprigionano ancora di più (i simboli, così come i sogni, non andrebbero né interpretati né analizzati, ma vissuti con il fare anima: puoi approfondire qui) – di questo numero doppio maestro nell'arte dell’oscillazione degli opposti, mi tengo cara proprio la suggestione di svuotamento letterale di qualsiasi forma di opposizione: nascita, morte, luce, ombra, l’uno, l’altro... Cosa rimane, in fondo? Qualche considerazione la scrissi a suo tempo qui, dopo l’incontro con il filosofo Giorgio Agamben al Salone del Libro di Torino: Cosa rimane della vita? Ciò che resta è la lingua della poesia. Poesia che non si riduce allo scrivere poesie, piuttosto a uno stare poeticamente al mondo, come direbbe Hölderlin.




Dunque, mi tengo stretta anche la relazione con l’arte di cui il personaggio di Cecilia si fa portavoce o simbolo, come dicevo. Archetipo, se preferiamo. La musica, che a me piace estendere a tutto il sottofondo della vita, il Suono primordiale dell’essere. L’armonia che compone uno spartito musicale, la grazia di una danza che trova in un corpo libero da tensioni e condizionamenti la sua pergamena d’oro, l’eleganza senza sforzo di una partitura che ritma la vita fin nel midollo, come il respiro o il battito del cuore, tocchi invisibili che pur rendono vitali il nostro passaggio sulla terra. Pertanto, oggi, lo prendo come un giorno di ringraziamento generale, alla magia della vita a cui il mio focolare interiore tende come unica meta, ormai da raggiungere: nessuna. Nessuna, se non rimanere accesa, nutrire il fuoco dell'essere, scaldarmi con il calore della consapevolezza istante dopo istante, accogliere il momento presente come corroborante benedizione. 

Sul deserto di Capo Verde ...
Il nome che indosso fa certo parte della mia storia personale, riecheggia di radici e di antenate che posso ancora contattare quando mi ricordo che l'amore è tutto ciò che conta. Non è la personalità egocentrica a cui mi riporta il suono di Cecilia, ma un'essenza inviolabile, impersonale eppure inimitabile, senza contenuti né memorie né fantasticherie ma colma di talenti che si esprimono nel momento della resa totale. È la Cecilia del Surrender, dell'antenata di cui porto il nome, che soleva dire "per raggiungere lo stato di grazia, bisogna essere nella grazia dello stato". Quale migliore monito alla pura presenza, alla sacralità di ogni momento vissuto non dalla parte del fare ma del non fare - cioè dell'essere! Dello stare in ciò che c'è, con la pienezza ricettiva dell'abbandono. La zia di cui porto il nome - donna straordinaria che ha ostinatamente perseguito la sua missione di essere Madre in un altro modo, andando contro alle aspettative genitoriali e alle convenzioni sociali - non posso riassumerla in questa sede. Non posso riassumerla. Magari, un giorno, chissà... scriverò un libro! Di fatto, la sua folgore da Amazzone rimane quella mano invisibile sulla nuca che mi accarezza quando penso di non farcela. 



Stamattina, mentre "festeggiavo" l'inizio di questo giorno così denso di ispirazioni per me, davanti al mio latte di soia e cornetto vegano nella mia pasticceria preferita, mi sono uscite queste parole, con cui concludo:


"Ho seguito i maestri che di volta in volta comparivano sulla mia strada, alcuni li ho emulati, altri ascoltati, di altri mi sono persino innamorata forse sconsideratamente, ho preso tutto quello che potevo da un forziere che appariva sempre più ricco man mano che le fessure del mio corpo che io chiamavo ferite, venivano in qualche modo curate. Ma, ma c'era sempre un ritaglio di me che urlava qualcosa di inimitabile, la parte intima, esclusiva e autentica che nessuno avrebbe potuto illuminare con la propria luce e, per questo, tanto più sofferente e insoddisfatta, quanta più gratificazione riceveva dall'esterno. E, soprattutto, sempre schiva a volersi riassumere in qualche pratica definitiva, visione del mondo, metodo di guarigione, disciplina spirituale e via dicendo. Questa parte di me, unica e inimitabile, sapeva già tutto, annusava periodicamente la grandezza suprema della vita, il talento di essere se stessa e basta. Senza dover fare, dimostrare, arrivare, raggiungere, ottenere, insegnare, scrivere, stravolgere qualcosa di esterno sempre proiettata in un altrove carico di aspettative. Non c'era nessun premio da vincere, l'unico tesoro davvero prezioso era la sua integrità da vivere momento per momento. Essere, non fare. Portare se stessa in qualsiasi cosa, situazione, singolo istante. Niente di eclatante serve all'anima che ritrova se stessa". 


Il mondo è pieno di cose ovvie 
che nessuno si prende mai la cura di osservare”.
(Arthur Conan Doyle)

Ancora qualcosa su Cecilia, la grande e la piccola, la potete leggere in questo vecchio post: 
LA BAMBINA CHE SI “FISSAVA” SULLA VITA



NOVEMBRE 2017 NEW BEGINNING 
(civico 22, adios)





Non serve fare cose straordinarie, ma rendere straordinario tutto ciò che si fa




Roma, 22 Novembre ... di qualche anno fa ;-) 

17 novembre 2017

PER ME QUESTO E' YOGA...

"Colgo la luna" ... contemplando i deserti, che fai tu, luna, in ciel?  Castelsardo, Settembre 2017
Foto ©CECILIA MARTINO 

Per vivere non voglio
isole, palazzi, torri.
Che grandissima allegria:
vivere nei pronomi!
Getta via i vestiti,
i connotati, i ritratti;
non ti voglio così,
travestita da altra,
figlia sempre di qualcosa.
Ti voglio libera, pura,
irriducibile: tu.
Quando ti chiamerò, so bene,
fra tutte le genti
del mondo,
solo tu sarai tu.
E quando mi chiederai
chi è che ti chiama,
che ti vuole sua,
sotterrerò i nomi,
le pergamene, la storia.
Comincerò a distruggere quanto
m’hanno gettato addosso
da prima ancora ch’io nascessi.
E ritornato ormai
all’eterno anonimato
del nudo, della pietra, del mondo,
ti dirò:
“Io ti voglio, sono io”.

(Pedro Salinas) 

Foto e Body Painting ©EUGENIA SKIA

“Cerca finché trovi, ma se trovi vuol dire che hai sbagliato qualcosa”… Una provocazione? Lasciamoci aperta la domanda e riprendiamoci il piacere di stare con ciò che c’è senza aspettative e rimorsi nell'inestimabile preziosità della presenza del puro esserci. Per me, questo è yoga. Leggi tutto l'articolo qui --> CERCA FINCHÉ TROVI, MA SE TROVI VUOL DIRE CHE HAI SBAGLIATO QUALCOSA


Come ho scritto altrove:
“Possiamo portare avanti la nostra rivoluzione silenziosa aderendo al piano cosmico dell’esistenza, scegliendo di rimanere vigili e attenti in ogni momento della nostra giornata, qualunque cosa facciamo possiamo sentirci ispirati da un Potere più grande, illimitato”. 

L’evoluzione e l’auto-realizzazione non tende certo alla creazione di individui insensibili, impassibili, senza fermenti interiori, ma la vera vita ci vuole soprattutto liberi. E se ci si sposa con la visuale dell’essere in ciò che si è momento per momento, ogni momento è un forziere di tesori inestimabili. La chiave di quel forziere ce l’hai solo tu. Questo è yoga perché tu, con la tua stessa vita, sei yoga. Devi solo ricordartelo. 

Ti lascio con questi 10 consigli di lettura, a me particolarmente cari, a mò di post-it per per accudire il tuo forziere. LEGGILI QUI --> CERCA FINCHÉ TROVI, MA SE TROVI VUOL DIRE CHE HAI SBAGLIATO QUALCOSA



POETIZZO LA VITA, A MODO MIO


"E nel deserto sarò acqua per lei..." Puglia 15 ottobre 2017

11 ottobre 2017

LASCIA CHE LA VITA VIVA ATTRAVERSO DI TE: IL MIRACOLO DELLA PRESENZA



Il miracolo non è quello di camminare sulle acque, ma di camminare sulla terra verde nel momento presente e di apprezzare la bellezza e la pace che sono disponibili ora.

(Thich Nhat Hanh)








HOKUSAI DICE

Hokusai dice osserva con precisione.
Egli dice presta attenzione, nota.
Egli dice continua ad osservare, rimani curioso.
Egli dice non c’è fine al vedere.
Egli dice aspira con impazienza ad invecchiare.
Egli dice continua a cambiare,
così da diventare maggiormente chi sei veramente.
Egli dice bloccati, accettalo, continua a ripeterti finché è interessante.
Egli dice continua a fare ciò che ami.
Egli dice continua a pregare.
Egli dice ognuno di noi è un bambino,
ognuno di noi è un vecchio,
ognuno di noi ha un corpo.
Egli dice ognuno di noi è spaventato.
Egli dice ognuno di noi deve trovare
un modo di vivere con la paura.
Egli dice tutto è vivo –
conchiglie, edifici, persone, pesci,
montagne, alberi, il legno è vivo.
L’acqua è viva.
Ogni cosa ha una propria vita.
Tutto vive dentro di noi.
Egli dice vivi con l’intero mondo dentro di te.
Egli dice: non importa se disegni o scrivi libri. Non importa se seghi alberi o catturi pesci.
Non importa se stai seduto a casa, nella tua veranda, a fissare le formiche o le ombre degli alberi e dell’erba in giardino.
Ciò che importa è che ti importi.
Importa che tu percepisca.
Importa che tu noti.
Importa che la vita vive attraverso di te.
L’appagamento è la vita che vive attraverso di te.
La gioia è la vita che vive attraverso di te.
Soddisfazione e forza sono la vita che vive attraverso di te.
La pace è la vita che vive attraverso di te.
Egli dice: non avere paura.
Non avere paura.
Guarda, percepisci, lascia che la vita ti prenda per mano.
Lascia che la vita viva attraverso di te 

(Roger Keyes)


Autunno 2017, Cascina Valgomio, Moncucco Torinese


LA QUALITÀ DIMEZZATA DI PRESENZA E IL RISCHIO DI SENTIRE

Ci sono momenti in cui procediamo con una qualità dimezzata di presenza. Facciamo una cosa, ne pensiamo un’altra. A volte succede perché il compito che stiamo portando avanti è molto semplice e ripetitivo. A volte perché ci si annoia e ci sembra così di distrarci e rendere più leggero quello che facciamo.
Non sono il solo a conoscere questa qualità dimezzata di presenza e non è neanche una novità dei tempi moderni. Diventiamo come il cavaliere inesistente di Calvino: "combattiamo per dovere la battaglia del quotidiano senza esserne davvero appassionati."
Perché sentire comporta un rischio. O forse molti rischi. Il rischio della vulnerabilità, il rischio dell’imprevedibilità, il rischio della novità che cerchiamo e temiamo insieme.
La qualità dimezzata di presenza però è come un vivere a metà. Anche le cose migliori perdono gusto e sapore. Per uscire da questa trance che ci isola dal sentire abbiamo bisogno di tornare al corpo e al respiro, al momento presente, ma soprattutto, abbiamo bisogno di tornare alla vastità e all’apertura del nostro cuore. È quello che dimezziamo quando siamo con il pilota automatico, quando diventiamo il cavaliere inesistente. Dimezzando l’attenzione dimezziamo il cuore che mettiamo nel fare le cose. E l’altra metà del cuore – quella disoccupata – non è libera. È disorientata. Non sa chi amare e a cosa volgere il suo sguardo. La sua passione, la sua vitalità.
"Matto forse non lo si può dire: è soltanto uno che c’è, ma non sa d’esserci " 

(Italo Calvino, "Il cavaliere inesistente")


Centro di Armonia Valgomio - Fraz. Barbaso, Moncucco Torinese AT



CAMMINARE COME UN BUDDHA

Nel buddhismo, camminare è una forma importante di meditazione. In effetti può essere una pratica spirituale molto profonda. Quando camminava, il Buddha lo faceva senza sforzo, semplicemente godeva di camminare; non aveva bisogno di sforzarsi perché quando si cammina in presenza mentale si è in contatto con tutte le meraviglie della vita che si hanno dentro di sé e intorno a sé. È questo il modo migliore di praticare: praticare senza far vedere che stiamo praticando. Non si fa nessuno sforzo, non si lotta, semplicemente si gode di camminare – ma è qualcosa di molto profondo. […] A molti di noi riesce difficilissimo immaginare una pratica priva di sforzo, nel piacere rilassato della consapevolezza. Succede perché non camminiamo con i piedi: certo, fisicamente sono i nostri piedi a camminare, ma la mente è altrove, dunque non stiamo camminando con l’intero corpo e con l’intera coscienza. Consideriamo mente e corpo due cose separate: il corpo sta camminando in una direzione, la coscienza ci trascina in una direzione diversa.

Per il Buddha la mente e il corpo sono due aspetti della stessa entità. Camminare è semplice come mettere un piede davanti all’altro, eppure spesso lo troviamo difficile o noioso; invece di camminare prendiamo la macchina per percorrere pochi isolati, “per risparmiare tempo”. Quando capiamo quanto corpo e mente siano interconnessi, la semplice azione di camminare come faceva il Buddha può essere estremamente facile e piacevole.

Puoi fare un passo ed entrare in contatto con la terra in modo da stabilirti nel momento presente: così arrivi nel “qui e ora”. Non occorre fare alcuno sforzo: i piedi toccano la terra in consapevolezza portandoti subito nel qui e ora. Sei libero, all'improvviso – libero da tutti i progetti, da tutte le preoccupazioni, da tutte le aspettative: sei pienamente presente, pienamente vivo, in contatto con la terra.

Quando pratichi da solo la meditazione camminata lenta puoi provare a fare così: inspira e fai un passo, concentrando tutta l’attenzione sulla pianta del piede; non fare il passo successivo finché non sei pienamente arrivato, finché non sei nel qui e ora al cento per cento, puoi concederti il lusso di fare così. Poi, quando sei certo di essere arrivato al cento per cento nel qui e ora, in contatto profondo con la realtà, sorridi e fai il passo successivo. Quando cammini in questo modo imprimi sul terreno la tua stabilità, la tua solidità, la tua libertà, la tua gioia. Il piede che posi è come un sigillo, il sigillo dell’Imperatore. Il sigillo imprime un segno su un foglio di carta. Che cosa vediamo, osservando la nostra impronta? Vediamo il marchio della libertà, il marchio della solidità, il marchio della felicità, il marchio della vita. Sono sicuro che sei capace di fare un passo di questo genere, perché in te c’è un buddha; è quella che si chiama “natura di buddha”, ossia la capacità di essere consapevoli di quello che sta accadendo. “Quel che accade ora è che sono vivo e sto facendo un passo”. Una persona, un essere umano, un homo sapiens dovrebbe esserne in grado: in ognuno di noi c’è un buddha, dovremmo lasciare che sia lui a camminare.

Anche nella situazione più difficile puoi camminare come un buddha [come un essere risvegliato]. L’anno scorso, in marzo, durante il viaggio in Corea ci fu un momento in cui ci ritrovammo circondati e bloccati da centinaia di persone, ognuna con in mano una macchina fotografica, che ci chiudevano la strada. Non c’era spazio per camminare, tutti ci puntavano addosso la macchina fotografica, una situazione difficilissima in cui fare una meditazione camminata! Allora dissi: «Caro Buddha, mi arrendo; cammina tu per me!» – e subito arrivò il Buddha e si mise a camminare in totale libertà; la folla si aprì a fare spazio al Buddha che camminava senza alcuno sforzo.

Se vi trovate in una situazione difficile fate un passo di lato e lasciate che il buddha che è in voi [il vostro lato risvegliato] prenda il vostro posto. Funziona in tutte le situazioni; l’ho provato. È come al computer, quando ci si imbatte in un problema: sei lì che cerchi di uscirne senza riuscirci; arriva tuo fratello maggiore, che è molto bravo col computer, dice «Spostati un po’, ci penso io» e appena si siede va tutto a posto. È proprio così: quando ti trovi in difficoltà, ritirati e lascia che il buddha in te prenda il tuo posto. È facilissimo e per me funziona sempre. Devi avere fede nel tuo buddha interiore e lasciare che sia lui a camminare.

(Thich Nhat Hanh, "Camminando con il Buddha")

Estate 2017, Capo Bruzzano (RC)


LASCIARE ANDARE, SIAMO SOULFUL

Nello stato naturale niente può essere trattenuto a lungo, perché tutto si trasforma, pensiamo agli elementi e agli elementali - il fuoco, l'aria, l'acqua, la terra - torniamo ad essi ogni volta che ci sentiamo avvinghiati in qualcosa che ci trattiene, che ci "ossessiona", che ci blocca … Il che non vuol dire smettere di coltivare l'arte del turbamento e dell'imprevedibilità, beninteso. Come si può smettere, aderendo a uno stato naturale dell'essere, di divenire tempesta quando c'è bisogno di "tempestare" o di divenire aggressività quando c'è bisogno di bruciare, o di divenire malinconia quando c'è bisogno di ondeggiare? Il punto non è divenire insensibili, ma inarrestabili. (Tratto da Cecilia Martino, Cronache da Pandora #2: Lasciare andare, siamo soulful: Leggi tutto


Ahir ja ha passat, demà no ha arribat, aíxí que viu avui !! Formentera, Aprile 2017

“Domani non è ancora arrivato, 
ieri è passato, vivi qui e ora”





PAROLE MAGICHE: ABBANDONO



Estate 2017, Alghero

NON PORRE CONDIZIONI, NON CHIEDERE NULLA

"Mettetevi con tutto il cuore e tutte le vostre forze nelle mani di Dio. Non ponete condizioni, non chiedete nulla […] eccetto che in voi e attraverso di voi la Sua volontà sia manifestata direttamente. A quelli che chiedono Dio dà quanto richiesto, ma a quelli che danno se stessi e non domandano nulla, Egli dà tutto ciò che avrebbero potuto chiedere o di cui potevano aver bisogno, ma anche dà Se stesso e offre spontaneamente il Suo amore*”. Questo è il primo movimento: il dono di sé, incondizionato, senza nessuna richiesta, senza alcun tornaconto personale, abbandonando qualsiasi volontà di conseguimento". 
(Sri Aurobindo)


Ringrazio per la foto Emanuela Giordana. Per l'accoglienza, la Cascina Valgomio (www.centroarmoniavalgomio.it) e tutti gli spiriti del luogo. Davvero tanti! Per l'amore, il Samveda Centro Yoga del Kashmir e Mindfulness (www.samveda.it) e tutti i suoi componenti, vecchi, nuovi e futuri. Per la bellezza, l'Universo. Per la danza nel camminare, la Vita. Per la gioia del momento presente, l'Anima che si svela. Per la voce dell'anima che si svela, il Silenzio. 
Facebook: Cecilia Martino



Estate 2017, Bianco (RC)

03 ottobre 2017

LA VITA DOPO LA SPIRITUALITÀ


La vostra luna di miele con la "spiritualità", prima o dopo, finirà. Con un'imminente delusione. Ma sarà un addio prematuro, perché il vero amore è possibile solo dopo una simile separazione! Una delusione nella spiritualità è necessaria per toglierle il suo fascino. 
Se ne andrà la maggioranza di libri, e quelli che resteranno saranno come i vecchi amici: un paio di pagine al mese.Se ne andrà la maggioranza delle pratiche, e starete molto bene con quelle che rimarranno. Come con quei vecchi jeans e maglietta...
E non avrete più la necessità di evitare ciò che credevate non spirituale.
La colpa cederà posto ad una benevola osservazione. Fare qualcosa con la consapevolezza o meno: questo non sarà un problema.
Sembra che diventiamo più pigri di prima, ma in realtà faremo di più perché non faremo più lotta contro noi stessi. L'eterna ricerca cederà il posto ad una vita viva e profonda.
La speranza nel futuro sarà sostituita con l'attenzione a ciò che è adesso. Non ci sarà più ressa né fretta. Accetteremo il fatto che anche fare una deviazione dalla Via significa comunque restarci. 
La vita dopo la spiritualità è l'inizio di una vera spiritualità; senza i fuochi d'artificio, senza le ovazioni. Andiamo dalla superficie verso la profondità, e poi rinasciamo profondamente "superficiali". 
La vita dopo la spiritualità è parecchio paradossale. Il silenzio sarà una risposta ad ogni domanda che sorge. Il silenzio è una risposta. Nulla necessita di una spiegazione, è tutto aperto. 
La vita dopo la spiritualità sarà dedicata a ciò che è veramente importante.Tutto ciò che accade è la vita. Ogni situazione nasconde una possibilità. Il maestro è ovunque. La schiuma mentale se ne va, liberando il corpo, facendo uscire l'anima, scoprendo i sogni. Aprendoci a ciò che dobbiamo fare in questo mondo.La vita dopo la spiritualità è un continuo morire. Qui abbiamo mille dolori e mille gioie che si mescolano in una canzone armoniosa, e noi diventiamo una musica. Un attimo che include tutti gli attimi.

(Nikolay Bulgakov
Traduzione Olga Samarina) 




La vita non si misura dal tempo, ma dall'intensità con cui si vive... Muoversi, fluire, arrendersi, divenire acqua, fuoco, aria, terra, melma, fango, polvere di stelle, radici, costellazioni, sangue, ossigeno, clorofilla, pioggia, fare spazio all'anima invisibile delle manifestazioni visibili...
Per fare tutte queste cose, in realtà, non bisogna fare.
Fare sempre meno, arrendersi, non fare, rimanere ricettivi, aprirsi, ascoltare, ascoltarsi. L'apertura scioglie le tensioni, l'apertura abbraccia l'esistente. L'apertura denuda dalle maschere e veste di splendente vacuità. Ricordiamoci che una Forza inarrestabile agisce attraverso di noi, non malgrado noi. Lasciamola fare. E' la forza della Vita.
E la vita ha sempre più fantasia di noi! 


Con amore, Cecilia 

COSA VUOL DIRE ESSERE DAVVERO ORIGINALI


04 agosto 2017

HINDI ZAHRA OUT OF MIND INSIDE THE SPIRIT WORLD – L’OSSESSIONE PER IL RITMO E L’ARTE DELL’ATTESA



Tra le sue muse ispiratrici: Lhasa, Ella Fitzgerald, Aretha Franklin, Ali Farka Touré, Oumou Sangaré, Maria Callas, Nina Simone. Tra i luoghi e i ritmi ispiratori, oltre a quelli delle sue radici berbere marocchine, ovviamente (e pensiamo ai deserti sconfinati dell'Atlante e alle profondità dell'Oceano): America Latina, Brasile, India, Gitani del Sud di Spagna ovvero Andalusia. Madre cantante, padre soldato, bisnonno danzatore che praticava la trance, un invito a "pensare a dei gitani che vivono in una casa" ... Lei è una delle prime artiste donne a cantare in lingua berbera, una lingua antica 6000 anni, propria della cultura amazigh, la cultura degli "uomini liberi", e a portarla in giro per il mondo non senza un certo orgoglio. Non senza un sincretismo che fino ad ora forse mai nessuno aveva osato. Mai nessuna aveva osato. L'ardimento è donna. Cosa ci si può aspettare, d'altronde, da una creatura con il nomadismo impresso nell'anima, erede del retaggio tribale tuareg e insieme cultrice appassionata della raffinatezza bohémienne della sua città d'adozione, Parigi?


Il nuovo album si intitola "Homeland", richiama alle Origini ben oltre il senso puramente territoriale del termine e, soprattutto, arriva dopo ben cinque anni di distanza dal primo ("Handmade"), un tempo di solito considerato pericolosamente impraticabile per gli artisti, emergenti o sulla cresta dell'onda. Ma lei già "Handmade" l'aveva fatto da sola, da buona outsider qual è, seguendo pazientemente i suoi tempi, ascoltando coraggiosamente i suoi ritmi, nutrendosi di solitudine e natura e di tutto il tempo necessario, senza fretta, perché avere cura dell'"ogni cosa a suo tempo" è un'arte anche quella. Arte che sciamane e sciamani connessi ai cicli naturali conoscono fin troppo bene. 



"Handmade", fatto in casa, artigianale come un focolare che nutre attorno al fuoco dell'attesa. E suona come una dichiarazione d'indipendenza, rimbomba come un tamburo nel silenzio di un cielo stellato dove non c’è altra cosa da fare che danzare. Perché la danza appartiene ad Hindi come il calore al fuoco, puoi forse separarli? Lei ci tiene a sottolinearlo che tutta la musica è trance, è danza, elementi imprescindibili se si fa musica “non per giocare, ma per avere qualcosa da trasmettere”. “Si fa musica ma non si gioca con la musica” –  e quando lo dice diventa serissima, nel suo volto sopraggiunge l’enfasi di chi ti sta dando un avvertimento direttamente tratto dal mondo dell’invisibilità, dove tutte le cose prendono forma e l’ispirazione diventa missione. E, a seguire una chiamata che ti ulula nelle viscere non importa se passa un giorno, due mesi o cinque anni, perché diventa cruciale lasciarsi il tempo per "morire" e potersi così ri-creare partendo da una nuova fonte di energia creativa. L'originalità è un'audacia che poco ha a che fare con l'esibizionismo e Hindi Zahra la incarna letteralmente alla perfezione. Di nuovo, Origini, radici, terra, avi, antenati ...  Homeland. 




"Dopo due anni e mezzo di tour in cui ho incontrato moltissime persone a cui dovevo anche riuscire a dare la mia energia, sono arrivata al punto in cui questa energia doveva essere rigenerata. Per me è molto importante che la gente osservi dopo un'ispirazione. Sono convinta che sia meglio creare le condizioni affinché l'ispirazione arrivi, preparare anche un luogo affinché l'ispirazione arrivi più facilmente senza doverla cercare a tutti i costi. La natura porta al silenzio, alla pace e, in questo senso, anche all'ispirazione. Quindi, volendo realizzare un nuovo album, avevo bisogno di una nuova me. In un periodo di circa due anni, a Marrakech dove nessuno mi conosceva, ho fatto questo lavoro di ricerca su me stessa, le mie origini, su quello che voglio dare alla gente, perché non si deve giocare con la musica."



Hindi Zahra è una grande maestra dalla sapienza ancestrale e ha la grazia di non lasciarlo a intendere. Per questo è ancora più grande. Lei sa, la sua anima, come la sua voce e come ho scritto altrove "è trasversale ai mondi". Un privilegio ascoltare la sua musica, un dono incredibile assistere ai suoi concerti che sono veri e propri rituali, cerimonie in cui lo scambio tra chi ascolta e chi canta diventa palpabile come impugnatura di coltello tra le mani del vento. Non c'è momento più importante che quello del "live" per Hindi, il coinvolgimento totale del pubblico che è anche addestramento alla giocosità propria di ogni anima selvaggia. E lei sa bene come fare perché "più ti diverti tu sul palco, più si diverte chi ti guarda e ascolta". L'esplosione di gioia è sempre una scorciatoia verso dio, qualsiasi volto gli si voglia dare o non dare e in qualsiasi modo lo si voglia intendere. In questo scambio, in questa sorta di contagio emotivo ed empatico, Hindi intravede l'aspetto più spirituale dei suoi concerti e del contatto con il pubblico. 


La gestualità di Hindi Zahra è la partitura più straordinaria di chi vive nella sua arte talmente integra e fedele a se stessa da potersi persino trascendere. La musica di Hindi è World Music come si dice nelle etichette discografiche ma lo è nel senso più ampio del termine, è Musica Universale, inseminata dallo spirito libero di ogni vera narrazione possibile. Hindi è una inebriante cantastorie, gitana con le frontiere sciolte come i capelli lunghi che le scivolano sulle spalle, sa come portarti a cavallo tra i mondi (visibile e invisibile), sa che la Creazione è sempre un atto di fuoriuscita da sé: out of mind, la trance non porta forse a questo? 



Non è certo per vezzo folkloristico che il suo corpo a un certo punto non può fare a meno di scomporsi nelle danze della sua Moroccan Trance. E’ vitale, non accessorio da performance fine a se stessa. “Ho una ossessione per il ritmo”, ammette. E come potrebbe essere altrimenti! 

Meravigliosa donna con il tumulto dei cieli che ti gravita dentro! Tu sei ritmo, vibri con l’universo e incarni senza fronzoli la passione che ti smuove. Mi fai venire in mente la bellissima frase del libro “Le Onde” di Wirgina Woolf “Sono di volta in volta maliziosa, allegra, languida, malinconica. Sono ben radicata, eppure fluttuo”. 







I feel a thousand capacities spring up in me. 
I am arch, gay, languid, melancholy by turns. 
I am rooted, but I flow 

(Virginia Woolf) 





Ben radicata, eppure fluttuante. Mai onda anomala nel maremagnum dell’esistenza ha avuto un nome così seducente: Hindi Zahra. 


Ho scritto di Hindi anche qui, dopo il concerto di Torino del 9 luglio. Era la seconda volta che la vedevo esibirsi dal vivo ma … non sempre gli occhi che abbiamo aperti sul mondo ci fanno vedere le stesse cose!  





Kasbah des Oudaias, Rabat 2017

FUORI DAI LUOGHI COMUNI