14 dicembre 2017

Solstizio d'inverno | 10 regali per la "notte buia dell'anima"


La notte buia dell'anima ha in grembo la Luce, l'amore si vive nella naturalezza delle cose così come sono. In prossimità di tale esperienza, il cuore si apre, la mente si rilassa, tutto diventa possibile e senza preoccupazioni, anche "morire in pace".

I periodi di transizione sono piccole grandi morti che ci rimandano all'impermanenza dove farsi cullare da ciò che possiamo lasciare andare, per ritrovarci rinate e rinati tra le braccia della sostanziale luminosità dell'essere, silenziosa quiete di esistenza. L'inverno fa il suo ingresso e la natura lo ama, senza se e senza ma, gli alberi spogli s'inchinano alla loro nudità, alcuni animali vanno in letargo, le ore di luce si ritirano per lasciare spazio alle ombre di un buio che non azzera ma riassorbe nella molteplicità dell'uno la vera radice dell'esistenza. Il mondo dei fenomeni ci indica la Via, il famoso dito che indica la luna e sta a noi scegliere di guardare il dito o la luna. 


"Spesso il cielo si vede di notte", scriveva il poeta surrealista Paul Eluard.

Prendiamo spunto da tale visionarietà per guardare con occhi diversi il cielo delle notti che verranno, al di là della pioggia di stelle Geminidi prevista dagli astronomi! Il più grande spettacolo accade dentro di noi! Vi lascio con i miei consigli per gli acquisti consapevoli in vista del Solstizio e del Natale. 




1. PAOLA MASTROCOLA - L'AMORE PRIMA DI NOI

"Eros e Psiche, Apollo e Dafne, Orfeo ed Euridice, Teseo e Arianna... Le loro storie sono le nostre. Le abbiamo chiamate miti, ma hanno il gusto, e il senso, della nostra vita. Il racconto di Paola Mastrocola è puro incanto: nel fuoco delle sue pagine anche ciò che conosciamo da sempre diventa nuovo sotto i nostri occhi. 

Se ti seguissi, Orfeo, mi riporteresti alla solita vita, giornate che finiscono e ripartono, e alla fine ci lasciano invecchiati, di nuovo sull'orlo di lasciarci. L'amore è lontananza, si nutre di distanze impercorribili. Non ho bisogno di vivere con te. In questo buio dove non ti vedo e non ti ho, è perfetto amarti. Fare a meno di te è l'amore. 




I miti sono quel che resta dopo la dimenticanza, la rovina, il tempo che passa. Per questo sono eterni, perché sono al fondo di noi. Dentro ogni storia c'è una domanda, che va dritta al cuore. In quale forma dobbiamo amare? E la bellezza si può rapire? Si può, amando, non conoscere l'amore? E quanto conta una promessa? E perché a una certa età che chiamiamo giovinezza abbiamo voglia di non concederci a nessuno, e giocare, e stare a mezz'aria, in volo? Le domande pungolano il mito, lo piegano a parlare da sé. Il racconto seduce con la sua forza, muovendosi con naturalezza dal passato al presente, in un tempo indifferenziato, inanellando dialoghi senza virgolette, parole che restano nell'aria.
Storie che si richiamano e si inseguono, componendo un unico romanzo. L'amore, come lo raccontano i Greci, è struggente. Non è un sentimento, è di più: è la forza che lega insieme il tutto, il nodo che ci stringe, il cielo che ci sovrasta: ciò che ci determina, ci toglie la libertà ma ci dà senso, ci eleva, nutre la nostra più profonda sostanza di esseri umani transitori, così attaccati alla vita, cosí amanti... Perciò, tornare a raccontare quelle storie è come riavvicinarsi a un mondo in cui ogni cosa aveva un'anima, e poteva accadere che gli dei s'innamorassero di noi" 


2. ELEMIRE ZOLLA - DISCESA ALL'ADE E RESURREZIONE


"Buona parte della vita comune si svolge nello stato di sogno. Pochi sanno dove ha inizio il regno dei sogni, conoscono dov'è il confine e stanno davvero attenti a non varcarlo, anzi pochissimi: giusto coloro che hanno un’istruzione e un istinto metafisici. Scarsi nomi è dato di elencare di uomini adeguatamente preparati: metafisico è un pugno di esseri illuminati entro uno stuolo immenso di ignari. I più vivono nel sogno e non sanno nemmeno quante volte e a qual punto ogni giorno varchino il confine che scinde la realtà dai sogni" (E. ZollaDiscesa all'Ade e resurrezione) 


"Nel lungo saggio – Catabasi e anastasi – che costituisce il nucleo di questo libro, il tema duplice ed essenziale del viaggio nel regno dei morti e della resurrezione è indagato sul piano sia teologico che figurativo. E subito emerge, come elemento perturbante, la biunivocità delle due dimensioni: da un lato il pensiero mitico-religioso sente infatti «l’irruzione dei defunti nel mondo dei vivi» come fonte di «sgomento e orrore», dall'altro sono i vivi stessi a prolungare l’Aldiqua nell’Aldilà, il Sotto nel Sopra. Ma a poco a poco, lungo il tragitto che Zolla ci propone, la «vertigine» di questa coesistenza si placa nell'armonia conoscitiva della «coincidenza degli opposti»: il Cristo appare «ombra di morte e fulgida stella insieme», e il processo di penetrazione nella Totalità viene compiuto da decine di figure mitiche e storiche. Gli altri saggi si presentano come applicazioni particolari di questo disvelamento teso a cogliere, dietro le apparenze, non solo la morte nella vita e il Male nel Bene (e viceversa), ma in ogni cosa il suo contrario. Così è per quello sulla Gnosi, con il ritrovamento dei rotoli di Nag Hammadi e del Trattato della Resurrezione, vero teorema sull’illusorietà del mondo visibile. Così è per quello sulla sapienza greco-egizia, con la sfinge eretta a simbolo perenne della mediazione misteriosa «tra Nulla e Resurrezione». E così è per quello che ci conduce dalle ali aquiline della scalinata di Persepoli alla coppa del Santo Graal, ultimo pasto e luce divina"



3. CIONDOLO AMULETO IN TAGUA "ADE - L'EREMITA"

Profondità emotiva, Ricchezza interiore, Solitudine. A proposito di solitudine, leggi questo bellissimo brano di Pier Paolo Pasolini che inizia così:

"Bisogna essere molto forti per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe e una resistenza fuori dal comune; non si deve rischiare raffreddore, influenza e mal di gola; non si devono temere rapinatori o assassini; se tocca camminare per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è; specie d’inverno; col vento che tira sull'erba bagnata, e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi; non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio, oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte senza doveri o limiti di qualsiasi genere".



Ade, l'Eremita. Può essere
 "l'archetipo degli uomini o delle donne che si ritirano in solitudine, senza curarsi e senza accorgersi di quel che accade nel mondo, conducendo un'esistenza da eremita. Oppure una persona "senza aspetto", quindi spesso invisibile agli occhi degli altri, che non colgono le ricchezze sotterranee di cui è dotato. Ma anche l'archetipo che spinge a riconoscere istintivamente, visceralmente ciò che non piace e non si desidera". Semplicemente, un amuleto addosso può essere un tocco dal mondo dell'invisibile per ricordarci di guardare con altri occhi quando ci sentiamo troppo presi dall'oggettività delle cose, dalla morsa delle situazioni, da un dispiacere che ci tormenta o da qualsiasi altro stato d'animo ineffabile. La pacca sulla spalla del nostro Daimon, di un avo, ava, antenato, antenata che è lì per sostenerci, della nostra anima selvaggia che ci dà forza.

Non fermiamoci a ciò che vediamo o pensiamo di vedere!


Il ciondolo è realizzato in Tagua, ovvero avorio vegetale
un materiale ricavato dai semi di una palma, la Phytelephas macrocarpa che cresce nella foresta pluviale del Sud America. Il frutto (di cui si utilizza l'endosperma) una volta essiccato ha consistenza, colore e aspetto molto simile all'avorio animale e può essere facilmente lavorato e tinto. 

Ade - Ciondolo in Tagua
Profondità emotiva, ricchezza interiore, solitudine

4. IL LIBRO TIBETANO DEI MORTI - IL MANOSCRITTO DEL BARDO THODOL


Questa foto l'ho scattata in Ladakh, il "piccolo Tibet indiano" durante un viaggio a tema buddismo tantrico himalayano organizzato da Voyagesillumination nel 2006  ©CECILIA MARTINO

"La tradizione tibetana ci ha lasciato questo antichissimo testo, che ha lo scopo di accompagnarci nel nostro viaggio ultraterreno. Il Bardo Thodol noto nei paesi occidentali come Libro tibetano dei morti, è un testo classico del Buddismo tibetanoIl testo descrive le esperienze che l'anima cosciente vive dopo la morte, o meglio nell'intervallo di tempo che, secondo la cultura buddhista, sta tra la morte e la rinascita. Questo intervallo si chiama, in tibetano, bardo. Il libro include anche capitoli riguardanti i simboli di morte, i rituali da intraprendere quando la morte si avvicina, o quando ormai è avvenuta. Nella tradizione il Bardo Thodol viene recitato presso il corpo del morto (o del morente) in un periodo di tempo dopo la morte in cui si ritiene che possa ancora essere ricettivo, per rammentare la dottrina del vuoto ed aiutarne lo "spirito" ad evitare il ciclo di rinascita, favorendo lo scioglimento dello spirito nel nirvana.

A proposito di Nirvana, cosa è il Nirvana? Risponde con parole semplicissime e profonde Thich Nhat Hanh.



Il Libro Tibetano dei Morti
Il manoscritto del Bardo Thodol
Voto medio su 1 recensioni: Buono


Di morte - che non esiste - ho scritto anche qui "Lo stato intermedio, quella gaffe chiamata morte


5. DHAMMAPADA -LIBRO IL CAMMINO DEL DHARMA




‎"L’attenzione è la strada verso l’immortalità,
la disattenzione è la strada verso la morte.
Gli attenti non muoiono, 
i disattenti sono come già morti"
(Dhammapada, 21)



Il Dhammapada o Cammino del Dharma è un testo buddhista conservato nel Canone pali, nel Canone cinese e in quello tibetano. E' venerato dalla scuola Theravada, ma viene particolarmente considerato anche dalle scuola Mahayana, ed è molto famoso nel buddhismo in quanto rappresenta la sintesi della dottrina del Buddha e una sorta di testamento del capo spirituale del buddhismo.

Qui racconto di un mio ritiro di meditazione in Sri Lanka secondo la tradizione Theravada. 

Dhammapada
Il cammino del Dharma

6. LA PRESENZA DI RAMANA MAHARSHI

"Nel fiorire di saggi e di santi, Sri Ramana Maharshi è sicuramente una delle maggiori figure spirituali dell'India. Il suo insegnamento, così come le sue risposte, sono senza tempo. Riguardano tutti noi. Il saggio riconduce instancabilmente tutti i problemi, tutte le domande, tutti i dubbi alla questione fondamentale; alla conoscenza di se stessi, alla ricerca della Verità, della non dualità. Questa conoscenza suprema conduce alla Sorgente, al Cuore, e conduce anche al risveglio e alla pienezza, all'amore e alla compassione. Alla gioia che permane, alla pace interiore. Per Ramana Maharshi si trattava di una verità di costante esperienza: quella dello stato naturale. Più che con la parola, forse, il saggio donava con il silenzio, con lo sguardo, con i gesti e con la semplice presenza che irradiava pace e amore". Parola magica: Presenza

La Presenza di Ramana Maharshi
Scritti inediti, colloqui, istruzioni, aneddoti


7. ORFEO E LE LAMINE D'ORO - TESTI RITUALI PER L'OLTRETOMBA



Sappiamo o non sappiamo, 
amici miei, cos'è il silenzio? 
Questa vita che guarda nei due sensi 
ha segnato il volto dell’uomo 
dal di dentro 

(Rainer Maria Rilke, Sonetti a Orfeo)


"Un libro che è un punto di riferimento essenziale per lo studio dell’antica religione greca!
Gli affascinanti testi incisi su piccole lamine d’oro, poi deposte nei sepolcri (in bocca, in mano o sul petto del defunto), forniscono una straordinaria fonte d’informazioni su ciò che greci e romani pensavano dell’aldilà, e sul modo in cui credevano di poter influire su di esso. Questi testi, risalenti a un periodo che va dal V secolo a.C. al II secolo d.C., hanno suscitato un dibattito che prosegue da quasi un secolo e mezzo.
Le lamine appartenevano a coloro che erano stati iniziati ai misteri di Dioniso e le parole incise su di esse erano tratte da poemi attribuiti allo straordinario cantore e sapiente OrfeoIl libro di Graf e Johnston, aggiornamento di una precedente edizione di successo, presenta nuove scoperte e illustra le interpretazioni più recenti.
Dopo aver fornito il testo greco e una traduzione di tutte le lamine note, gli autori ne analizzano il ruolo nel contesto dei misteri di Dioniso e presentano una descrizione dei miti riguardanti le origini dell’umanità e dei testi sacri che i greci ascrissero a Orfeo.
Oltre all'appendice con la traduzione di antichi testi correlati, gli autori offrono un raffronto con analoghe lamine d’oro provenienti dalla Palestina romana e da Fere (in Tessaglia), analizzandone il contesto mitico; compiono, inoltre, un’analisi aggiornata sulla discussa categoria dell’“Orfismo”.





Orfeo e le Lamine d'Oro
Testi rituali per l’oltretomba

Dal mio viaggio in Grecia sulle tracce degli oracoli, puoi leggere qui



8. CIONDOLO AMULETO IN TAGUA "PERSEFONE - LA PROFONDITÀ"



Non c'è figura mitologica più rappresentativa del darsi al mondo dell'invisibile (dello spirito e dell'anima) quale catarsi di rinascita, che quella di Persefone. La dea, fondamentale nei Misteri Eleusini, si ritrova nella mitologia romana come Proserpina. In quanto sposa di Ade, era la dea minore degli Inferi e regina dell'oltretomba. Secondo il mito principale, nei sei mesi dell'anno (Autunno e Inverno) che passa nel regno dei morti, rapita dal suo sposo, Persefone governa su tutto l'oltretomba; negli altri sei mesi (Primavera ed Estate) ella ritorna sulla Terra da sua madre Demetra, facendo rifiorire la terra al suo passaggio. Recuperare il dialogo con l'anima esige il coraggio di lasciarsi andare tra le braccia di Ade, il mondo degli inferi, dell'ombra, dell'invisibile, dell'ignoto, del mistero. I miti (e il linguaggio poetico in generale), da sempre, ci mostrano la via: Persefone è il bisogno dell’anima di abitare il mondo sotterraneo per un periodo di tempo.  L'unico atto di coraggio richiesto è l'amore. Amare ciò che ci fa paura è il darsi al grande mistero cui siamo chiamati a partecipare.  Amare ciò che non si conosce. Gettarsi tra le braccia dell'amante invisibile, il Divino che è nell'intimo di ogni cosa. Nutrire i demoni sacralizzando la vita, facendo di ogni gesto un rito, di ogni disagio una creazione d'amore. Amare, amare, amare.

Ade e Persefone. Particolare dell'opera scultorea "Il ratto di Proserpina". Gian Lorenzo Bernini, Il ratto di Proserpina, 1621-22, Galleria Borghese, Roma


9. MIRRA - INCENSO NATURALE - PIRAMIDI 



La mirra è una gommaresina aromatica estratta dalla pianta del genere Commiphora, della famiglia delle Burseraceae. In pratica è una resina che si estrae dai rami dell’arbusto Commiphora. Dal Vangelo secondo Matteo la mirra è uno dei tre doni portati dai Re Magi al Bambino Gesù. Secondo la tradizione, la mirra simboleggerebbe l'unzione di Cristo, dunque collegata al suo sacrificio e alla sua passione (infatti era utilizzata anche per le imbalsamazioni). E se riabilitassimo, anzi ri-abitassimo (riprendessimo dimora nel),  il senso originario dell'etimologia di questi due vocaboli: Sacrificio e Passione?

Sacrum-facere
e pathos
da cui compassione, empatia! Sacralizzare ogni momento della nostra vita coincide con l'uccisione dell'Ego: è lui che si "sacrifica" quando ci si affida a un'altra Volontà superiore "Sia fatta la Tua volontà!" Ovvero volontà dell'Anima Mundi, spirito immanente a ogni forma e manifestazione di vita. E per farlo possiamo coltivare una motivazione impeccabile a tenere acceso il fuoco della passione spirituale, animica, evolutiva. Inebriamoci di mirra, così come di incenso (la ritualità non ha valore in se stessa ma se impregnata dal nostro sentimento, pathos, intento, amore)…  E l'oro? L'oro è molto più prossimo a noi di quanto possiamo immaginare.



Mirra - Incenso Naturale - Piramidi
Commiphora Myrrha - Incenso senza prodotti chimici
Voto medio su 2 recensioni: Da non perdere


10. INCENSO BOSWELLIA THURIFERA - INCENSO NATURALE BASTONCINI




Natale 2017 -  New Beginning 

2018
… e soprattutto, regaliamoci Poesia
Disponibili i miei due ultimi libri




Il Mestiere del Dare
€ 8,00

IllogicaMente
€ 7,00

08 dicembre 2017

Regaliamo e regaliamoci il dono più grande che ci sia


Perché per Natale non proviamo a offrire a chi amiamo, inclusi noi stessi, il dono più grande che ci sia? Senza sbancare supermercati, negozi iperaffollati di merce pressoché inutile, abusando di un impulso alla condivisione mascherato da fratellanza e sorellanza universali, abbuffandoci del superfluo e trascurando il vero nutrimento per l’anima. Fermiamoci invece di correre, proviamo a farlo proprio in questo periodo dell’anno dove sembra che tutto si muova con il piede fissato sull'acceleratore, nella frenesia degli acquisti natalizi, nel cercare chi sa che cosa in prossimità dell’ultimo giorno sul calendario che suona come compendio e resa dei conti. 

Traendo spunto da alcune pagine di un libro più che mai prezioso del maestro zen di scuola vietnamita Thich Nhat Hanh, che riporto in versione integrale qui a seguire, lascio che a risuonare - insieme alle filastrocche delle feste – sia questa motivazione: perché non proviamo ad offrire a chi amiamo, inclusi noi stessi, il dono più grande che ci sia? Qual è il dono più grande che ci sia? 

Leggete fino alla fine questo brano, e troverete la risposta e, forse, anche più di una!


DUE SEMPLICI ESERCIZI DI PRESENZA CHE POSSONO CAMBIARVI LA VITA

NIRVANA – Osservare la cessazione

“Inspiro e osservo la cessazione. Espiro e osservo la cessazione”…
Osserviamo la cessazione – il nirvana, l’estinzione di tutte le nozioni – in modo tale da riuscire a entrare in contatto con la realtà per come realmente è. Allora toccheremo la nostra natura di inter-essere e sapremo che siamo parte dell’intero universo. La natura della realtà trascende tutti i concetti e le idee, comprese quelle di nascita e morte, essere e non essere, andare e venire. Contemplare l’impermanenza, il non sé, il vuoto, la non-nascita e la non-morte può portare alla liberazione. I concetti di nascita e morte possono essere fonte di paura, ansia e angoscia. Cogliendo la natura di non-nascita e non-morte della realtà ci liberiamo dell’ansia e della paura.




LASCIARE ANDARE

“Inspiro e osservo il mio lasciare andare. Espiro e osservo il mio lasciare andare”…
Questo esercizio ci aiuta a osservare in profondità la rinuncia al desiderio, all'odio e alla paura. Questo tipo di concentrazione ci permette di toccare la vera natura della realtà e ci porta la saggezza, che può liberarci dalla paura, dalla rabbia e dalla disperazione. Lasciamo andare le nostre percezioni sbagliate della realtà, così da essere liberi. Letteralmente nirvana significa raffreddare, spegnere le fiamme; nel buddhismo si riferisce all'estinzione delle afflizioni generate dalle nostre false percezioni. Il nirvana non è un luogo dove andare o qualcosa che appartenga al futuro: è la vera natura della realtà, le cose così come sono. Il nirvana è accessibile qui e ora: voi siete già nel nirvana, voi siete il nirvana esattamente come l’onda è già l’acqua.




La nostra vera natura è non-inizio, non-fine; non-nascita, non-morte. Se sappiamo come entrare in contatto con la nostra vera natura non c’è più paura, né rabbia, né disperazione. La nostra vera natura è il nirvana. Perciò se qualcuno che vi era vicino è appena mancato, non trascurate di cercarlo nelle sue nuove manifestazioni: morire per questa persona è impossibile, la sua continuazione conosce molte forme. Con gli occhi della saggezza potrete riconoscerla intorno a voi e dentro di voi, e potrete continuare a parlarle: “Caro/Cara, so che sei ancora qui nella tua nuova forma. E’ impossibile che tu muoia”.

Questo esercizio ci aiuta a rilasciare le illusioni e a essere in contatto con la vera natura della realtà- Questo ci dona libertà e sollievo, e porta con sé una grande felicità.  
Dobbiamo continuare a imparare, a praticare e a discutere, così che la nostra comprensione possa continuare ad aumentare. 

Vivendo nel momento presente scoprirete che sarete molto interessati a indagare tutti gli aspetti della vita, e potrete scoprire molte cose meravigliose, molti modi magnifici di praticare. Questo non significa che vi perderete nei vostri pensieri, ma che osserverete la realtà com'è, e ne scoprirete la vera natura. 
Viviamo nella paura di tante cose – del nostro passato, della morte, di perdere il nostro “io” o la nostra identità. […] Se saremo in grado di condividere con gli altri il nostro modo di essere e la nostra visione profonda, offriremo loro il dono più grande che ci sia, il dono della non-paura.








Il mio paese è il mondo, l'intero universo è mio perché ne sono rivestita come fosse il mio corpo (cit. da Vivekananda)




22 novembre 2017

22 Novembre Santa Cecilia: il nome che abito

Santa Cecilia di Artemisia Gentileschi: dipinto a olio su tela (108x78,5 cm) realizzato nel 1620 circa dalla pittrice italiana, conservato nella Galleria Spada di Roma.



Si narra che “la Santa invece di morire cantasse lodi al Signore” e la leggenda recita che per questo Cecilia sia stata eletta patrona della musica e dei musicisti.

Il 22 è un numero a cui sono molto legata, ricorre nella mia vita non solo a partire dall'onomastico (22 Novembre, Santa Cecilia). Scomodando per un momento la numerologia, si  scopre che è un Numero Maestro come tutti i numeri in cui si ripete la stessa cifra (11, 22, 33), che la sua cifra ridotta dà il 4 (2+2) – numero fin dai tempi antichi associato alla Madre Terra (richiama equilibrio e contatto con le proprie radici, stabilità e sicurezza) e che

"il 22 è musica, poesia, relazione, attrazione e repulsione, il rapporto intimo, il paradiso perduto, una situazione fanciullesca e di innocenza che può maturare in creatività evoluta o ristagnare nell’apatia del “non crescere”. E’ la capacità di essere in ascolto, della relazione empatica, della dolcezza e dell’aiuto altruistico, dell’armonia, ma anche il riconoscere le proprie ombre così come le proprie luci. E’ un’oscillazione tra conscio ed inconscio, tra realtà e sogno, tra vita e morte. C’è in questo 22, in cui la cifra 2 viene amplificata la tendenza ad oscillare tra due poli opposti per permettere alla propria psiche di integrare con lentezza e pazienza tutti gli aspetti di se, venendo a conoscenza anche di quelle parti meno accettate o riconosciute. Il 22 è il regno illusorio degli opposti, la vita è percepita come una proiezione dualistica in cui niente è come sembra, ma il mondo viene percepito come proiezione delle proprie parti di se e in definitiva tutta la realtà esterna è un riflesso di chi guarda …"  (da Il significato dei Numeri Maestri – Numerologia – La giostra del sole)

"Il cambiamento ti aiuta a lasciare andare tutto ciò che per te è ormai superato. Anche se dici addio al passato, conserverai per sempre nel tuo cuore l'amore e le lezioni che hai appreso: sono tesori che ti accompagneranno per il resto della vita. Dai il benvenuto alle persone nuove, ai posti nuovi e agli eventi che stanno per accadere. Non c'è niente da temere nel tuo futuro: sarà felice, luminoso e ci sarà di che divertirsi" (Arrivederci, Unicorn number 22 - Alghero estate 2017)


Ho abitato fino a l’altro ieri in una casa al civico 22 (e non l’ho certo fatto apposta quando ho cercato casa al momento di trasferirmi a Torino), e tanti altri simpatici dettagli legati a questa “ricorrenza” o sincronicità che dir si voglia ne avrei a bizzeffe.



Ma non mi interessano a tal punto, Ora, se non per evocare la concretezza del fatto che tutto, nella vita, è simbolo, simbolo che rimanda a realtà essenziali, invisibili e profonde a cui la nostra attenzione, spesso, sfugge. Non si tratta di essere superstiziosi o esoterici o new age o spirituali, ma essenziali e, dunque, davvero originali (essere originali non vuol dire che questo, tornare alle origini). L’essenziale è invisibile agli occhi, recita la famosa frase de Il Piccolo Principe e – che si voglia chiamarlo dio, universo, anima, spirito, essere psichico, maestro interiore, angelo, dio ignoto – è sposandoci con tale realtà invisibile depotenziando l’oggettività del reale, che la nostra libertà, pienezza, integrità di vita si compie, finalmente. Senza sforzo. Accade.

Per cui - al di là di interpretazioni mentali che imprigionano ancora di più (i simboli, così come i sogni, non andrebbero né interpretati né analizzati)
 – di questo numero doppio maestro nell'arte dell’oscillazione degli opposti, mi tengo cara proprio la suggestione di svuotamento letterale di qualsiasi forma di opposizione: nascita, morte, luce, ombra, l’uno, l’altro… Cosa rimane, in fondo?

Qualche considerazione la scrissi a suo tempo qui, dopo l’incontro con il filosofo Giorgio Agamben al Salone del Libro di Torino: Cosa rimane della vita? Ciò che resta è la lingua della poesia. Poesia che non si riduce allo scrivere poesie, piuttosto a uno stare poeticamente al mondo, come direbbe Hölderlin.




Dunque, mi tengo stretta anche la relazione con l’arte di cui il personaggio di Cecilia si fa portavoce o simbolo, come dicevo. Archetipo, se preferiamo. La musica, che a me piace estendere a tutto il sottofondo della vita, il Suono primordiale dell’essere.

Si narra che “la Santa invece di morire cantasse lodi al Signore” e la leggenda recita che per questo Cecilia sia stata eletta patrona della musica e dei musicisti. 



Musica e melodia sono parole estendibili all'intera creazione e a ciò che sostiene la vita intera.  L’armonia che compone uno spartito musicale, la grazia di una danza che trova in un corpo libero da tensioni e condizionamenti la sua pergamena d’oro, l’eleganza senza sforzo di una partitura che ritma la vita fin nel midollo, come il respiro o il battito del cuore, tocchi invisibili che pur rendono vitali il nostro passaggio sulla terra.
Pertanto, personalmente il 22 Novembre lo prendo come un giorno di ringraziamento generale, alla magia della vita a cui il mio focolare interiore tende come unica meta, ormai da raggiungere: nessuna. Nessuna, se non rimanere accesa, nutrire il fuoco dell'essere, scaldarmi con il calore della consapevolezza istante dopo istante, accogliere il momento presente come corroborante benedizione. 

Sul deserto di Capo Verde …


Il nome che indosso fa certo parte della mia storia personale, riecheggia di radici e di antenate che posso ancora contattare quando mi ricordo che l'amore è tutto ciò che conta. Non è la personalità egocentrica a cui mi riporta il suono di Cecilia, ma un'essenza inviolabile, impersonale eppure inimitabile, senza contenuti né memorie né fantasticherie ma colma di talenti che si esprimono nel momento della resa totale. È la Cecilia del Surrender, dell'antenata di cui porto il nome, che soleva dire "per raggiungere lo stato di grazia, bisogna essere nella grazia dello stato".

La statua in marmo di Santa Cecilia di Stefano Maderno (1600) è conservata nella Basilica di Santa Cecilia in Trastevere di Roma.



Informandomi sulla storia di Santa Cecilia, mi sono imbattuta a più riprese sull'esistenza di una statua-capolavoro che rappresenterebbe il momento della ricognizione del corpo della martire, ancora nella posa seguente l'atroce tortura. Posa per certi versi innaturale ma che sembrerebbe riportare abbastanza fedelmente l'atteggiamento in cui venne ritrovata e al quale si è ispirato lo scultore semisconosciuto Stefano Maderno seguendo la descrizione rilasciata da 
Antonio Bosio (1575-1629) archeologo e studioso della storia antica della Chiesa che partecipò alla famosa ricognizione del corpo di Santa Cecilia avvenuta il 20 ottobre del 1599 a Roma. Viene ricordato come  uno degli eventi più noti della storia religiosa moderna. 
Ebbene, tornando alla statua del Maderno, al linguaggio cioè dell'arte più consono per continuare a evocare lo spirito di Cecilia, quello che colpisce maggiormente è l'emanazione di

un sentimento di «totale abbandono», accentuato dall’assenza del volto e dalla presenza di un panneggio che – sostituto di un ben più macabro flusso – ricopre fin sopra il capo il corpo esile della martire.

(cit. Marco Dotti "Sotto il velo della Santità") 

Il totale abbandono. Surrender... 
Quale migliore monito alla pura presenza, alla sacralità di ogni momento vissuto non dalla parte del fare ma del non fare - cioè dell'essere! Dello stare in ciò che c'è, con la pienezza ricettiva dell'abbandono. La zia di cui porto il nome - donna straordinaria che ha ostinatamente perseguito la sua missione di essere Madre in un altro modo, andando contro alle aspettative genitoriali e alle convenzioni sociali - non posso riassumerla in questa sede. Non posso riassumerla. Magari, un giorno, chissà… scriverò un libro! Di fatto, la sua folgore da Amazzone rimane quella mano invisibile sulla nuca che mi accarezza quando penso di non farcela. 

Tornando alle cronache legate alla storia della martire romana, si narra che 

Cecilia venne trovata «adagiata sul lato destro, le ginocchia appena ripiegate», con «una stoffa leggera di seta verde, rigata di rosso scuro, che avvolgeva interamente il suo corpo disegnandone esattamente le linee». Le sue membra si mostravano «perfettamente integre», la sua carne intatta, screziata solamente da una lieve rigatura di sangue rappreso, che traspariva da sotto il velo
(cit. Marco Dotti "Sotto il velo della Santità") 

Di nuovo, una posatezza nello stato di grazia anche nel momento più estremo della morte violenta, l'affidamento estatico che quasi riconduce le membra scomposte dall'atrocità del momento a una compostezza fluida impossibile a concepirsi con l'occhio della sola ragione.




Stamattina, mentre "festeggiavo" l'inizio di questo giorno così denso di ispirazioni per me, davanti al mio latte di soia e cornetto vegano nella mia pasticceria preferita, mi sono uscite queste parole, con cui concludo:


"Ho seguito i maestri che di volta in volta comparivano sulla mia strada, alcuni li ho emulati, altri ascoltati, di altri mi sono persino innamorata forse sconsideratamente, ho preso tutto quello che potevo da un forziere che appariva sempre più ricco man mano che le fessure del mio corpo che io chiamavo ferite, venivano in qualche modo curate. Ma, ma c'era sempre un ritaglio di me che urlava qualcosa di inimitabile, la parte intima, esclusiva e autentica che nessuno avrebbe potuto illuminare con la propria luce e, per questo, tanto più sofferente e insoddisfatta, quanta più gratificazione riceveva dall'esterno. E, soprattutto, sempre schiva a volersi riassumere in qualche pratica definitiva, visione del mondo, metodo di guarigione, disciplina spirituale e via dicendo. Questa parte di me, unica e inimitabile, sapeva già tutto, annusava periodicamente la grandezza suprema della vita, il talento di essere se stessa e basta. Senza dover fare, dimostrare, arrivare, raggiungere, ottenere, insegnare, scrivere, stravolgere qualcosa di esterno sempre proiettata in un altrove carico di aspettative. Non c'era nessun premio da vincere, l'unico tesoro davvero prezioso era la sua integrità da vivere momento per momento. Essere, non fare. Portare se stessa in qualsiasi cosa, situazione, singolo istante. 

Niente di eclatante serve all'anima che ritrova se stessa


Il mondo è pieno di cose ovvie 
che nessuno si prende mai la cura di osservare”.
(Arthur Conan Doyle)

Ancora qualcosa su Cecilia, la grande e la piccola, la potete leggere in questo vecchio post: 
LA BAMBINA CHE SI “FISSAVA” SULLA VITA


La canzone "Cecilia" di Simon and Garfunkel :-)






Non serve fare cose straordinarie, ma rendere straordinario tutto ciò che si fa



Fonte delle citazioni di Marco Dotti, Sotto il velo della santità: Santa Cecilia: https://tysm.org/santa-cecilia-maderno/


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