Canne al vento

Canne al vento
"Mi piego ma non mi spezzo" (Jean De La Fontaine)

12 luglio 2017

IL RICHIAMO DELLA FORESTA


Non esiste che un modo per andare oltre: attraversare tutto ciò che c'è! Fidarsi della naturalezza delle cose, togliersi importanza personale, tornare alla Natura il più e il prima possibile e ... godersi il viaggio, passo dopo passo. Senza fretta, apprensione e aspettative. Accogliere dallo stato naturale la grazia della resilienza, della vigile innocenza, della pazienza attiva. La vita evolve attraverso di noi e ogni singolo passo fatto con questa arrendevole consapevolezza aumenta l’esistenza a noi e a chi ci circonda. Ogni strada non è un percorso solo se ci rifiutiamo di camminare. Anche da fermi, purché le nostre ossa continuino a scricchiolare per benino! Con la fluente calma dell’eterno movimento che toglie peso a ciò che deve accadere. Toglie peso alla pesantezza di ciò che crediamo di essere.


Cose che accadono e che "appaiono" quando meno te lo aspetti... 
Passeggiare in luoghi selvaggi a contatto con gli elementi naturali, meglio se in solitudine, ci accorda più facilmente a questo ritmo del fluire che è proprio dell’anima, dell’istinto di natura e di tutto ciò che è divino, animico, spirituale, invisibile ma non per questo inesistente. Assaporare la vita è anche questo: concedersi la grazia di movimenti che nutrono e nutrono perché svuotano e alleggeriscono, onde di pulsante presenza, vertigini di coraggiose scelte per amarci fino alle ossa. E per coraggiose scelte non intendo per forza imprese eclatanti da supereroine/eroi: basta scegliere di dedicarsi del tempo ogni giorno, ad esempio, per compiere attività rigeneranti sottratte al tam tam delle incombenze quotidiane che quasi sempre prendono il sopravvento ma altrettanto quasi sempre sono scuse e sabotaggi dell’ego. Personalmente amo molto la meditazione e la pratica costante può senz'altro fungere da acceleratore evolutivo. Non c’è nulla che non possiamo fare se la Volontà è salda nell'intento. Coraggio è anche ammettere dove si ha paura di andare! E allora, torniamo alle nostre ossa…



Lo scheletro è la quintessenza di ciò che rimane (quando si dice, andare all'osso delle cose...) ma anche simbolo evocatore di morte per antonomasia. Immaginare il nostro scheletro mentre camminiamo, rallentando il passo e per conseguenza la morsa dei pensieri, dona energia al nostro corpo a più livelli, ci identifica simultaneamente con le nostre radici più inviolabili e con l’impermanenza di tutto ciò che è. Nel buddismo tantrico himalayano si incoraggia questa pratica visionaria con l’affermazione attribuita al mistico Milarepa “cammina sempre sul fermo suolo della non oggettività delle cose”.




Non c'è niente che non si possa raggiungere nella quiete sibilante di un corpo che sa. E il corpo sa non con il cervello, ma con le viscere e il cuore, vero organo propulsore di intuizioni e rivelazioni. Più teniamo il nostro corpo libero da tossine di ogni tipo (alimentari, relazionali, emotive, mentali) meglio è perché più a fondo si riuscirà ad attingere a tali informazioni che sono veri e propri scambi di energie e di coscienza vibrazionale. Mantenere alte le nostre frequenze – detto altrimenti, mantenere il nostro campo percettivo più sgombro possibile – aiuta a ripristinare il dialogo perduto con il mondo dell’invisibile (l'Anima) che raramente ci urla addosso e quando lo fa è perché si è con molta probabilità giunti a una situazione di stallo e intasamento eccessivi. Diversamente, saremo capaci di ascoltare il silenzio e vedere il vento. 

“Siete capaci di vedere il vento? Riuscite a vedere la fragranza dei fiori che fluttua nella brezza? Riuscite a vedere il pensiero o ciò che trasforma un albero da un insieme di rami nudi e foglie gialle in un tripudio di verde? Siete in grado di vedere l’amore, la gioia o la pace? […]  Si tratta di Galun lati, il Grande Spirito Sacro, invisibile ma più reale di tutto ciò che vediamo di tangibile” (Anima Pellerossa. La voce del piccolo grande popolo)



Manteniamoci pertanto in costante allenamento per nutrire ed essere nutriti di tutto ciò di cui abbiamo bisogno non per sopravvivere, ma per vivere una vita appagante e continuamente ispirata. Muoviamoci, rimaniamo curiose/i, non rendiamo la nostra mente e il corpo dei fossili, non fossilizziamoci su idee e teorie preconfezionate, su ciò che già sappiamo o crediamo di sapere, concediamoci la flessibilità di dubitare di tutto finché qualcosa non ci sembra vera per noi perché l’abbiamo personalmente sperimentata fin dentro le ossa. Addestriamoci alla pluralità, alla vastità, alla meraviglia, alla contraddittorietà e all'allegria (ridiamo, ridete di più fino alle lacrime ma anche piangiamo, piangete fino alle risa). Saremo più credibili e autentici/che, oltre che più felici!

Sintonizziamoci con il ghigno selvatico di Zorba il greco: 
“Ecco la vita da prendere: 
trovare il ritmo assoluto 
e seguirlo con assoluta fiducia”





“Gli africani selvaggi adorano il serpente 
perché l’intero suo corpo tocca la terra, 
e cosí ne conosce tutti i segreti. 
Li conosce con il ventre, la coda, i genitali, la testa. 
È in contatto con la ­Madre, si mescola con essa.” 

(Nikos Kazantzakis - Zorba il greco)


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